
Nell’immaginario comune questa condizione viene spesso associata a una donna che non riesce a uscire da una relazione tossica con il proprio partner. Sebbene questo sia un esempio frequente, non è l’unico. La dipendenza affettiva può riguardare anche gli uomini, che talvolta riproducono nella relazione di coppia dinamiche simili a quelle vissute con una madre invadente o iperprotettiva. Inoltre, non si limita al rapporto di coppia: può coinvolgere legami madre-figlio, amicizie o persino relazioni lavorative. In ogni caso, chi ne soffre tende a legarsi a qualcuno — partner, figlio, amico o collega — per far fronte alla propria insicurezza.
È importante distinguere la dipendenza patologica da quella sana e funzionale, che invece è parte naturale della vita. Ne fanno parte, ad esempio, il legame madre-bambino, la fase dell’innamoramento o certe amicizie profonde. La differenza sta nella flessibilità: una dipendenza affettiva sana consente di crescere, esplorare altri spazi e relazioni, mantenendo al tempo stesso la sicurezza del legame principale.
Un esempio chiarisce la distinzione: una madre che tiene in braccio il proprio bambino ma lo lascia andare quando lui mostra curiosità verso il mondo sostiene una relazione sana. Al contrario, se lo trattiene impedendogli di esplorare, trasmette un modello rigido e dipendente. In questo modo il bambino rischia di sviluppare, da adulto, la stessa difficoltà a separarsi da relazioni vincolanti.
Per chi vive questa condizione, prendere le distanze da un legame è estremamente difficile. Spesso è più facile sacrificare la propria libertà piuttosto che mettere in discussione la relazione. Avviare un percorso psicoterapeutico richiede quindi una forte motivazione e grande rispetto per la fatica che la persona affronta. La relazione terapeutica, tuttavia, offre uno spazio sicuro in cui sperimentare piccoli cambiamenti: un passo alla volta, la persona inizia a rafforzare la fiducia in sé e a spostare l’attenzione dagli altri a sé stessa.
Questo processo porta a scoprirsi per la prima volta: riconoscere i propri bisogni, desideri e interessi, spesso ignorati perché interamente assorbiti dal mantenere un legame. Può accadere, ad esempio, che la persona inizi a riprendere attività piacevoli come andare in palestra, rivedere amici o cercare un nuovo lavoro. È una sorta di “esplorazione mancata” nell’infanzia che finalmente trova spazio, sostenuta dallo sguardo incoraggiante della psicoterapeuta.
Il percorso con il professionista, dunque, rappresenta un’occasione per recuperare esperienze di sicurezza e incoraggiamento fondamentali nella crescita, favorendo lo sviluppo dell’autostima e della libertà interiore. Da qui può nascere la capacità di costruire relazioni più equilibrate, rispettose e libere da condizionamenti.
Katjuscia Manganiello, psicoloca e psicoterapeuta.