
Cos’è la tiroide
La tiroide è una ghiandola endocrina che si trova nella regione anteriore del collo, davanti alla trachea ed è costituita da due lobi, uno destro e uno sinistro, uniti tra loro da uno stretto ponte, un istmo.
Essendo una ghiandola a secrezione interna produce ormoni che sono a base di tirosina ovvero la tetra-iodotironina (T3), costituita da 3 atomi di iodio, prodotta dalle cellule follicolari e la tiroxina (T4), costituita da 4 atomi di iodio, prodotta dalle cellule C o parafollicolari, che si trovano cioè all’esterno dei follicoli.
Attraverso questi ormoni T4 e T3, la tiroide controlla molte fondamentali funzioni del corpo, in particolare metabolismo, respirazione, battito cardiaco, temperatura corporea, sviluppo del sistema nervoso centrale, accrescimento corporeo. La tiroide produce anche la calcitonina, con cui controlla anche il livello di calcio nel sangue.
Le patologie tiroidee sono di frequente riscontro nella popolazione, soprattutto nelle donne in cui sono da 5 a 10 volte più frequenti rispetto agli uomini, con un trend in continua crescita negli ultimi anni.
Se dal punto di vista sintomatologico, le manifestazioni cliniche sono simili nei due generi, nelle donne è necessaria una valutazione più attenta della funzione tiroidea in relazione alla ricerca di gravidanza. Le malattie della tiroide possono, infatti, avere ripercussioni negative sulla fertilità femminile e su un’eventuale gravidanza: possono, per esempio, influire sulla regolarità mestruale, aumentare le probabilità di un aborto spontaneo e impedire il corretto sviluppo del feto.
Per tale ragione, prima o durante la gravidanza è raccomandato eseguire le appropriate indagini di funzione tiroidea per assicurarsi che questa sia ottimale. Inoltre, può essere utile sapere che eventuali malattie autoimmuni tiroidee possono attenuarsi notevolmente durante la gravidanza in virtù di una maggiore tolleranza immunitaria, tornando, però, a manifestarsi dopo il parto.
Possiamo dedurre che questa ghiandola controlla gran parte delle funzioni del nostro organismo, ed è quindi chiaro che un suo malfunzionamento possa portare a molti problemi che è bene conoscere proprio per la diffusione abbastanza ampia che possono avere.
Quando la tiroide non funziona correttamente la conseguenza sono le patologie tiroidee.
Le malattie della tiroide possono essere legate a un’alterazione della sua funzione (ipotiroidismo o ipertiroidismo), oppure alla comparsa di formazioni all’interno della ghiandola che prendono il nome di noduli.
Spesso, inoltre, queste patologie si manifestano in assenza di sintomi o con sintomi aspecifici per cui la loro corretta identificazione non è sempre facile.
Ipotiroidismo
L’ipotiroidismo è una disfunzione della tiroide caratterizzata da un’insufficiente produzione di ormoni tiroidei e può avere origini primarie o secondarie.
Quello primitivo o congenito che può derivare da condizioni genetiche predisponenti o da una grave carenza materna di iodio in gravidanza. L’ipotiroidismo congenito è una forma che deve essere riconosciuta e trattata in tempi stretti per evitare conseguenze gravi e irreversibili al neonato, soprattutto a carico del sistema nervoso centrale.
L’ipotiroidismo congenito si può manifestare con: difficoltà nella respirazione, ittero, costipazione, disturbi della suzione, ingrossamento della lingua, pianto rauco, difficoltà a mantenere capo eretto e posizione seduta, ritardo della maturazione ossea.
Mentre quello secondario o acquisito, si manifesta in età adulta e può dipendere da alterazioni che riducono l’attività della tiroide tra cui: carenza di iodio, tiroiditi autoimmuni (come la tiroidite di Hashimoto), assunzione di alcuni farmaci, terapia con iodio radioattivo, asportazione della tiroide (tiroidectomia) o alterazioni della funzione dell’ipofisi. È di solito dovuto a carenza degli ormoni che regolano la ghiandola.
In una prima fase l’ipotiroidismo acquisito può essere asintomatico, per poi manifestarsi con sintomi che possono variare in relazione a età di insorgenza, gravità e durata della malattia.
In linea generale, i sintomi più comuni comprendono stanchezza e sonnolenza eccessive, stipsi, aumento di peso, frequenza cardiaca rallentata, secchezza e pallore cutanei, intolleranza al freddo, voce rauca, perdita della memoria e difficoltà di concentrazione, rallentamento dell’eloquio, debolezza muscolare e crampi, ipercolesterolemia, ciclo mestruale irregolare, capelli fragili e sottili, volto e palpebre gonfie, depressione.
In casi di ipotiroidismo grave si può verificare anche una condizione definita mixedema, caratterizzato da un accumulo di liquidi nei tessuti, in particolare nella pelle e nei muscoli, contribuendo al gonfiore cutaneo e alla riduzione delle performance muscolari e cardiaca. Tale condizione può degenerare fino al cosiddetto coma mixedematoso, che rappresenta la complicanza estrema dell’ipotiroidismo severo non trattato.
Questa condizione determina un rallentamento dei processi metabolici dell’organismo che in una fase iniziale non si manifesta con sintomi evidenti ma, se non trattata, può comportare conseguenze serie per la salute. L’ipotiroidismo, se non adeguatamente trattato, porta spesso a un aumento del peso corporeo.
La forma più comune di ipotiroidismo è di origine autoimmune e prende il nome di Tiroidite di Hashimoto. La tiroidite di Hashimoto è una forma di tiroidite cronica autoimmune, alla base vi è un malfunzionamento del sistema immunitario, che vede nella ghiandola tiroidea una minaccia esterna e la attacca tramite la produzione di anticorpi mirati. L’esito naturale è che la progressiva distruzione della ghiandola tiroidea indotta dagli anticorpi nel lungo termine ne comprometta la funzione.
Pur non essendo una condizione genetica, esiste comunque una predisposizione familiare. Questa patologia può insorgere a qualsiasi età e come la maggior parte delle malattie tiroidee, è più frequente nelle donne.
Questa tiroidite può rimanere silente anche per anni, ma nel momento in cui la distruzione progressiva della ghiandola non consente più alla tiroide il corretto funzionamento, possono comparire i sintomi dell’ipotiroidismo. Talvolta, inoltre, il processo di distruzione è così repentino da causare il rilascio nel circolo sanguigno di un’ingente quota di ormoni tiroidei, che erano precedentemente immagazzinati nelle cellule della tiroide. Questo fenomeno, che prende il nome di tireotossicosi, si può manifestare con sintomi simili all’ipertiroidismo.
Ipertiroidismo
Se l’ipotiroidismo è caratterizzato da un’insufficiente o carente azione degli ormoni T3 e T4 a livello dei tessuti, l’ipertiroidismo è la condizione clinica opposta caratterizzata da un aumento di ormoni tiroidei circolanti nell’organismo, con inevitabili conseguenze sul metabolismo.
Questa condizione determina un’accelerazione dei processi metabolici dell’organismo, con potenziali ripercussioni su diversi distretti corporei, tra cui la funzione cardiaca e il metabolismo osseo.
L’ipertiroidismo viene definito come primitivo, in quanto causato da malattie della tiroide, ma esiste anche un ipertiroidismo secondario e uno terziario. Quello primitivo dipende da patologie che incrementano l’attività della ghiandola, come la malattia di Basedow o il morbo di Graves che ha origine autoimmune, mentre l’ipertiroidismo secondario dipende da un eccesso di produzione del Tsh, di solito dovuto a tumore ipofisario, ed infine quello terziario che è l’espressione di un eccesso di produzione dell’ormone ipotalamico Trh.
Tra i fattori che possono determinare ipertiroidismo ci sono il Morbo di Basedow-Graves, noduli tiroidei o adenoma tossico, tiroiditi (condizioni infiammatorie che causano il rilascio nel sangue dell’ormone immagazzinato nella tiroide), farmaci.
Al di là delle cause, l’ipertiroidismo provoca aumento del consumo di ossigeno con conseguente incremento nell’attività cardiaca, nella produzione di calore, nel catabolismo e nell’irritabilità del sistema nervoso.
I sintomi associati a una condizione di ipertiroidismo comprendono: perdita improvvisa di peso, aumento dell’appetito, tachicardia, aritmia o palpitazioni, ansia, nervosismo, irrequietezza e irritabilità, tremori, sudorazione intensa, ciclo mestruale irregolare, intolleranza al caldo, disturbi intestinali, stanchezza, debolezza muscolare, disturbi del sonno, assottigliamento della pelle, fragilità dei capelli, oftalmopatia di Graves (occhi sporgenti, o esoftalmo, che si presentano con il morbo di Basedow-Graves), febbre e dolore al collo (in genere in presenza di tiroiditi subacute).
Il trattamento per l’ipertiroidismo viene personalizzato in base alla causa scatenante e anche alle caratteristiche del paziente (età, storia clinica, gravità dei sintomi) e viene trattato in modo farmacologico, o radiometabolico (con iodio radioattivo) o con un intervento chirurgico (tiroidectomia).
Chi soffre di ipertiroidismo dovrebbe limitare l’apporto di iodio, presente in determinati cibi come il sale iodato, le alghe o i crostacei o altri alimenti indicati dal medico ma anche in alcuni farmaci e integratori (che è bene quindi non assumere senza il parere del medico).
Occorre poi monitorare eventuali carenze di vitamina D e calcio, in modo da poterle correggere in quanto l’ipertiroidismo può a lungo andare determinare osteopenia e osteoporosi.
Gozzo e noduli
Una manifestazione ben visibile di disturbi della tiroide è il cosiddetto gozzo, un ingrossamento della tiroide, ovvero un aumento del suo volume.
Il gozzo può dipendere da una carenza di iodio. Anche il consumo in quantità estremamente elevate di alcuni alimenti, detti per questo gozzigeni come cavoli, cavolfiori e altri vegetali appartenenti alle brassicacee può favorirne lo sviluppo.
Nel caso in cui si tratti di un ingrossamento contenuto, il gozzo può non provocare sintomi specifici, ma, a fronte di un aumento di volume considerevole, per effetto compressivo su trachea o esofago si possono sperimentare difficoltà respiratorie e/o di deglutizione.
Se il gozzo è di piccole o medie dimensioni, lo specialista può prescrivere una terapia radiometabolica, con iodio radioattivo; l’opzione privilegiata per gozzi di grandi dimensioni è l’asportazione parziale o totale della tiroide.
Altra manifestazione sono i noduli tiroidei, protuberanze anomale della ghiandola con una natura più spesso benigna che maligna (le forme maligne rappresentano solo il 3-5% dei casi). Hanno dimensioni variabili e possono manifestarsi come protuberanze singole o multiple. Si possono trovare in superficie o negli strati più profondi della tiroide ed essere sintomatici oppure asintomatici; possono anche stimolare o deprimere l’attività ormonale.
La causa principale alla base della formazione di noduli è una carenza di iodio.
Anche qui un consumo pressoché esclusivo di cavoli, cavolfiori e altri membri della famiglia delle brassicacee può aumentare le probabilità di sviluppo nodulare.
I noduli tiroidei sono spesso delle presenze silenziose, che vengono scoperte per puro caso.
Qualora presenti, i sintomi comprendono difficoltà di deglutizione e/o respirazione, senso di costrizione al collo, più di rado, i noduli possono anche produrre un eccesso di ormoni tiroidei, determinando così quadri di ipertiroidismo con sintomi come tachicardia, perdita improvvisa di peso, aumento dell’appetito.
Il 5-10% circa dei noduli viene diagnosticato con la semplice ispezione e palpazione del collo.
Le tecnologie diagnostiche più moderne, in particolare l’ecografia tiroidea, hanno permesso negli ultimi anni di individuare un numero crescente di noduli, anche di dimensioni molto piccole, che sfuggirebbero alla palpazione.
Cosa mangiare e cosa non mangiare
Questa ghiandola necessita di micronutrienti specifici per poter svolgere le sue funzioni in modo corretto, perché gli ormoni prodotti sono ricavati a partire da sostanze introdotte attraverso la dieta.
Gli elementi più importanti di cui la tiroide ha bisogno per svolgere correttamente la sua funzione di produttrice di vari ormoni sono lo iodio e il selenio, elementi minerali che si ritrovano facilmente in alimenti abbastanza comuni.
Lo iodio è un minerale che contribuisce allo sviluppo e al buon funzionamento della ghiandola tiroidea. Lo si può accumulare andando al mare.
È utile ridurre il sale o sostituirlo con quello iodato ed eliminare lo zucchero. Da ridurre il più possibile carne rossa, si consiglia anche il pesce che contiene significative quantità di iodio.
Avere problemi di ipotiroidismo significa anche evitare o ridurre cibi cosiddetti “gozzigeni”: cavoli, broccoli, cavolfiori, rape, ravanelli, miglio.
Con una ridotta funzione tiroidea è utile limitare il consumo della soia non fermentata e derivati.
È importante contenere anche la quantità di grassi e di calcio perché rallentano la velocità dell’ossidazione cellulare.
Per chi tende all’ipertiroidismo vale il contrario: si possono sfruttare gli alimenti antagonisti della tiroide per smorzare l’eccessiva attività tiroidea, evitando cibi che stimolano la ghiandola.
Alimenti da assumere sono legumi, cereali, verdure come asparagi e spinaci, frutta come banane e kiwi, tuberi, a partire dalle patate, senza eccedere.
Il selenio, un antiossidante prezioso per la sintesi degli ormoni tiroidei, lo si ritrova nei cereali integrali, nei semi di senape, nelle noci brasiliane. Da evitare alcol e caffeina, che possono provocare problemi, specie se in dosi eccessive.
Importante bere sempre molta acqua nel corso della giornata e fare attività fisica ed esercizi a corpo libero e le passeggiate.
Per diagnosticare una condizione di disturbo tiroideo anche in una fase precoce, sono sufficienti dei semplici esami del sangue che andranno a valutare i livelli di ormoni tiroidei (FT4, FT3) e i livelli di TSH.
Simona Federico, biologa nutrizionista